BANNF film festival 2017 a Firenze

Ricordiamo a tutti che il prossimo lunedì 27 marzo 2017 ci sarà il

Banff Film Festival presso il CINEMA ODEON Firenze

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Video uscite 2016

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Programma 2017

Qua potete scaricare:

Azimut-programma 2017_

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Calendario 2017

Con ritardo ecco il calendario del 2017
Calendario scialpinismo 2017

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Dal 19 al 26 febbraio 2017 Montagna Uisp nel Parco Regionale delle Alpi Liguri

Dal 19 al 26 febbraio 2017 Montagna Uisp nel Parco Regionale delle Alpi Liguri

Si svolgerà dal 19 al 26 febbraio 2017 il tradizionale appuntamento con Montagna Uisp dedicato quest’anno a “Le Alpi del Mediterraneo”, in programma nel Parco Regionale delle Alpi Liguri.

Nel corso della settimana verranno proposte attività che saranno allo stesso tempo occasioni di sport e opportunità di conoscere il territorio, sempre adatte a tutti e organizzate, dai nostri OSV, in modo da ridurre al minimo gli effetti negativi sugli ecosistemi. Alcune attività che sarà possibile praticare: escursioni, ciaspolate, tavole rotonde, corsi aggiornamento.

La scelta del luogo: Il sito, di indubbia bellezza e interesse naturalistico, è candidato, insieme al Parco del Marguareis, al Parco delle Alpi Marittime e al Parco del Mercantour (Francia) a divenire Patrimonio Unesco. Le Il territorio delle Alpi Liguri fa parte di un’area transfrontaliera omogenea dal punto di vista culturale e linguistico, denominata “Terra Brigasca” (Tera brigašca).
Nell’arco di 40 Km, lungo la Valle Argentina, si va dalla vetta più alta della Liguria (il monte Saccarello , 2.200 m)
alla costa ligure. Questa particolare posizione di montagne affacciate sul mare favorisce la gamma delle attività di turismo sportivo (non solo escursionismo estivo ed invernale su neve, ma Nordic Walking, Arrampicata in falesia, Mountain Bike, ecc.). Interessanti sono poi i siti di interesse culturale, dai giardini di Villa Hanbury, ai Balzi Rossi (abitati dall’uomo di Neanderthal), alle neviere, al Teatro Romano di Ventimiglia, ai trekking (storico-artistici) nelle Valli di San Lorenzo.
In allegato il programma che potete scaricare anche dal sito UISP Nazionale Montagna

http://www.uisp.it/montagna/index.php?contentId=1828

Vi aspettiamo numerosi!

montagnauisp2017-programma

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Il terzo raduno regionale di “escursionismo invernale”

Purtroppo causa delle condizioni meteo avverse in atto e previste(piogge insistenti e conseguente assenza di neve) ci inducono ad annullare la manifestazione in oggetto prevista per domenica 5 febbraio (si annulla anche l’opzione del 12 febbraio per difficoltà logistiche).
Augurando a tutti un buon cammino,
ci sentiamo presto
La Struttura di attività UISP Montagna Toscana e Firenze

Uisp Lega Montagna Toscana
Organizza
5 febbraio 2017
ad Orsigna – S.Marcello Pt (PT)
Il terzo raduno regionale di “escursionismo invernale”
Nel caso di assenza di neve l’evento verrà spostato alla domenica successiva 12 febbraio 2017!!!

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A proposito di neve artificiale

Segnaliamo questo interessante articolo

Innevamento artificiale: economia salva ma fine delle emozioni?

31 dicembre 2016
Innevamento artificiale: economia salva con la fine delle emozioni?
di Giampaolo Visetti e Giorgio Daidola

Il 9 dicembre 2016 in prima pagina di La Repubblica usciva un articolo sull’innevamento artificiale. Accattivante e politically correct , usava la metafora del cannone pacifista contrapposto al cannone bellico della Grande Guerra. Proprio per questo è un articolo estremamente pericoloso, perché veicola un utilizzo a senso unico – esclusivamente commerciale – della montagna (di cui il giornalista Giampaolo Visetti sembra avere un barlume di coscienza solo nella chiusura dell’articolo).

“Non fa altro che confermare – senza rendersene conto e questo è grave – il volto aggressivo dell’imperialismo economico, appena addolcito dalla sua facciata di gioioso – vacuo in realtà – divertimento” commenta Vittorio Lega.

Su suggerimento di quest’ultimo, abbiamo ritenuto giusto pubblicare questo articolo, ma opportunamente controbilanciato da un illuminato pezzo di Giorgio Daidola, docente di economia aziendale e di gestione delle imprese turistiche presso l’Università di Trento. Che, per l’occasione, così pessimisticamente commenta: “Purtroppo si tratta di un dialogo con dei sordi che fanno finta di sentire. Io ho presentato relazioni a innumerevoli convegni, fatto progetti con tanto di business plan di sostenibilità economica, scritto articoli su giornali e riviste. Ho ricevuto consensi che sembravano generalizzati, tutti d’accordo, politici e grandi esperti di turismo, sulla necessità di cambiamento. Fanno finta di niente, verdi venduti compresi. Il sistema esploderà prima o poi, purtroppo non si può più far nulla, è troppo compromesso”.

Il signore della neve
Max, il fabbricatore di fiocchi che ci fa sciare a dispetto del meteo. Fino a 20 anni fa questo mestiere non esisteva. Oggi il suo è un ruolo cruciale che tiene in piedi l’industria più grande e redditizia delle Alpi.
di Giampaolo Visetti
(La Repubblica, 9 dicembre 2016)

La notte è serena e la luna illumina il Piz da Peres. Otto gradi sotto. Umidità zero, non ci sono nuvole all’orizzonte. Sulle Dolomiti è il momento perfetto per fabbricare la neve. Max Willeit comincia appena prima di mezzanotte. Sale in motoslitta e fino a quando il sole è alto, vaga da solo lungo le piste e tra le montagne. Controlla i cannoni che sparano i cristalli ghiacciati, uno per uno. Ha 34 anni: in estate fa la guida alpina, ma in inverno è innevatore.

Fino a vent’anni fa, questo mestiere non esisteva. Oggi è il ruolo cruciale che tiene in piedi l’industria più grande e con la redditività più alta dell’arco alpino. Suo padre faceva il contadino a Pieve di Marebbe, in Sudtirolo. Secoli e generazioni di agricoltura d’alta quota. Invece se oggi non ci fossero quelli come Max, che fabbricano fiocchi, paesi e valli alpine sarebbero un deserto.

Nel Novecento, lungo i fronti di guerra tra Francia, Svizzera, Austria, Italia e Jugoslavia, c’erano i soldati. Scavavano trincee e i cannoni sparavano bombe. L’affare erano le ideologie.

La gente scappava o moriva. Oggi si combatte un’altra guerra, però tutti insieme. Il nemico è il clima, che abbiamo contribuito a cambiare. Non conta conquistare territori, ma mercati. Il business è il turismo bianco.

Si scava per creare laghi, posare tubi, interrare stazioni di pompaggio, alzare torri di raffreddamento e posizionare cannoni. Al posto delle bombe, sui prati e tra i boschi vengono sparati fiocchi di neve. È una guerra di pace: chi era abituato alla fame e ad andare via adesso è sazio e resta qui. Ma è pur sempre una guerra, contro il caldo e contro inverni sempre più secchi e in ritardo.

«Temo un solo nemico – dice Max Willeit – un’era segnata da aridità estiva e rari giorni di gelo invernale. Ci restano quattro gradi di margine. Poi, se avremo acqua, metteremo gli sci dai duemila metri in su».

L’arsenale per mantenere vive le montagne, a costo di sconvolgerle, è imponente. Le Alpi sono solcate da oltre 50.000 chilometri di piste. Per aprirle agli sciatori servono 70.000 chilometri di tubi che portano 300 milioni di metri cubi d’acqua a più di 100.000 cannoni per la neve programmata, prelevandola da oltre 2.000 bacini artificiali. Per stendere i fiocchi sparati è spiegato un esercito di 100.000 gatti (sic, NdR). Da un metro cubo di acqua si ricavano due metri cubi di neve, al prezzo totale di 2,5 euro a metro cubo. Servono 2 milioni di euro al giorno. Un cannone costa 40.000 euro, un gatto 400.000. Nessuna industria italiana vale però quanto questa: il fatturato degli impianti di risalita nel 2016 ha superato 1,5 miliardi di euro, il turismo della neve ha distribuito 25 miliardi. Un metro cubo di acqua, trasformata in neve sciabile, produce 85 euro di valore: 82,5 di profitto netto per l’economia fondata sullo stress di massa. Più del petrolio e di ogni altra materia prima.

(Nota del Redattore: a noi questo dato sembra inverosimile. Come può un metro cubo di neve, con un costo di 2,5 euro, renderne 85?).

Questo prodigio, una macchina che muta una goccia di pioggia in un fiocco di neve e questo in una pepita d’oro che scongiura ogni possibile guerra tra popoli storicamente nemici, ha il suo cuore tra le Dolomiti. Nel 1979 il primo cannone è arrivato dagli Stati Uniti proprio a San Vigilio di Marebbe, ai piedi di Plan de Corones. Erich Kastlunger, uno dei pochi pazzi che nel dopoguerra aveva creduto negli sci, lo pagò 60.000 dollari.

Oggi è l’erede di quel cannone il motore della multinazionale delle discese. L’innevatore è il suo profeta, ma è il gatto battipista che prende un cumulo di cristalli e ne ricava una discesa. L’altro mago che con il freddo fabbrica i soldi per tutti, è il gattista. Da Chamonix a Cortina d’Ampezzo, innevatori e gattisti contano e rendono più di un centravanti. Nessuno li vede perché scendono in campo quando le cabinovie chiudono, la gente se ne va, sale la notte e dalle piste scivolano giù i cervi e le volpi. Quelli che hanno il tatto e il naso speciali, il talento per la neve perfetta, sono contesi come campioni. Max Willeit è il Pelé degli innevatori, ma Helmuth Maneschg è il Maradona dei gattisti.

Al passo Furcia crea piste da sci da oltre trent’anni, sul gatto è salito a quindici. «Se devo essere sincero – dice – a me le nevicate naturali stanno sulle scatole. Per mettere a posto quindici centimetri di neve caduta dal cielo occorre una settimana. In poche ore è ridotta a una lastra di ghiaccio. Con la roba che mi mettono lì i cannoni, in tre giorni apro le piste da novembre ad aprile. Mi basta il freddo, al resto penso io».

Fuoriclasse del fiocco si diventa con la tecnologia. La prima goccia per la pista Erta, ad esempio, parte da un ruscello e viene pompata in una centrale sotterranea 600 metri più in alto. Sale ancora e da 8 gradi viene portata a 2 nelle torri di raffreddamento. I tubi e la pressione la sparano infine nei microbulbi del cannone, che grazie al freddo e all’umidità la trasformano in un cristallo di neve. I computer di una centrale mostrano tutto ciò che succede. Ogni cannone sa dove, quanto e come deve sparare. Ogni gatto, con satellite e Gps, conosce al millimetro lo strato da stendere.

«Il cannone – dice Toni Vollmann, capo della preparazione delle piste a San Vigilio – è la nuova nuvola. Crea un microclima. Il segreto dell’innevatore è sapere quanta aria togliere dalla neve artificiale. Quello del gattista quanta aggiungerne a quella naturale. È questo equilibrio tra gelo e umidità che consente il capolavoro della qualità». Ci vogliono, come sempre con l’arte, passione e fiducia. Non solo per passare le notti e gli inverni della vita sui pendii sottozero. Occorrono per vedere che un prato può diventare una pista e credere che possa succedere anche se il cielo è sereno.

Fare neve sulle Alpi sta diventando come coltivare ananas nel Sahara. Difficile ma indispensabile. Lo sci non è più un sogno, è un’industria. Trenta milioni di persone sulle montagne di sei nazioni vivono di questo, danno lavoro alla gente del Sud e ai migranti dell’Est. Lo sci industriale vive di neve artificiale, la felicità di chi lo vende e di chi lo compra dipende dalla sua stabilità. Le armi sono i cannoni che sparano fiocchi e i gatti che li battono. Gli eroi contemporanei delle quote alte non più i contadini e gli alpinisti, sono gli innevatori e i gattisti.

Per chi ama la natura intatta e quella ben coltivata, o l’armonia delle discese originarie, inutile negarlo, è un problema. Un profondo, decisivo problema collettivo. La bellezza comincia dove la pista finisce. «Mio nonno però – dice Max Willeit – dalla guerra vera a casa non è ritornato». Sono le quattro, l’alba è lontana. Prende un martello e accende la motoslitta. In cima al Piz de Plaies un cannone non spara più, sugli ugelli intasati si accumula ghiaccio. Sulle Alpi le nuvole d’acciaio non si possono più fermare, nemmeno un momento.

Turismo: la qualità emozionale non ha bisogno di forzature e di mistificazioni
Di fronte agli evidenti misfatti di un sistema sempre più insostenibile, ecco che gli esperti di turismo si affannano nel cercare di recuperare la qualità emozionale. Questi si inventano iniziative artificiali a effetto atte ad aiutare la sopravvivenza del sistema.
di Giorgio Daidola
(da Corriere del Trentino, 29 dicembre 2015)

La parola emozioni è sempre più utilizzata quando si parla di turismo, per indicarne le motivazioni più profonde. In tal senso si può parlare di qualità «emozionale», in contrapposto alla qualità «aziendale», ossia a quella dei servizi turistici tesi alla soddisfazione del cliente. È a quest’ultima che di norma fanno riferimento gli operatori, i politici, gli esperti e anche le normative, comprese quelle comunitarie per la certificazione della qualità. Anche le ricerche sulla qualità «percepita» dai turisti riguardano, salvo eccezioni, la qualità aziendale. Una qualità che risulta «costruita» dal sistema turistico, in contrapposto alla qualità emozionale che è data dalla autenticità e dalla qualificazione del rapporto con l’ambiente, con la storia e con le culture locali.

Nessuno mette in dubbio l’importanza della qualità emozionale, fondamentale per dare un senso profondo al turismo e al viaggiare. Anche se pochi sembrano rendersi conto che i due modi di intendere la qualità sono sempre più conflittuali, nel senso che la qualità aziendale fa venir meno quella emozionale. E piuttosto evidente che lo sviluppo abnorme della prima ha affossato in gran parte la seconda, rendendo quanto mai significativa l’affermazione che «il turismo mangia se stesso». Si è infatti dimenticato il principio fondamentale secondo il quale è il turismo, nelle sue diverse forme (quella sportiva in particolare) a doversi adattare all’ambiente e non viceversa. Le grandi stazioni di sci con le loro ragnatele di impianti e connesse autostrade della neve, le coste cementificate tipiche di un certo turismo balneare vuoto di contenuti, ne sono degli esempi. Si tratta di parchi giochi che hanno richiesto folli investimenti e che, per la loro discutibile attrattiva, per gli alti prezzi dei servizi resi, per il ridotto numero di giorni all’anno in cui vengono utilizzati, non possono garantire una redditività, e neppure un valore aggiunto, soddisfacenti.

Ci si può chiedere allora perché sono stati realizzati, perché sono stati commessi tanti errori e soprattutto perché si persevera nel commetterne. A prescindere dalle motivazioni speculative (si pensi alla baldoria immobiliare e a quella delle infrastrutture connesse, ben visibile nelle grandi stazioni turistiche) e dalle diverse situazioni del passato, la risposta è semplice: il finanziamento facile. Non solo i contributi pubblici (che in Trentino hanno interessato e interessano soprattutto gli impianti di risalita) ma anche i finanziamenti delle piccole banche locali che hanno privilegiato operazioni obiettivamente deboli. Purtroppo eliminare con una bacchetta magica le conseguenze di tanti errori, fermare le mega giostre, è ora impossibile: i costi sarebbero elevatissimi, i risultati difficilmente soddisfacenti e i molti responsabili dovrebbero essere allontanati dalle stanze del potere: politico, economico e finanziario. Un’intera classe dirigente dovrebbe insomma rendere conto del disastro di un sistema che si regge unicamente grazie a pericolose stampelle.

Ciò non sarebbe successo se fossero state fatte a suo tempo corrette analisi economico finanziarie, ben diverse da quelle pilotate dalla politica o suggerite da economisti che hanno troppa fiducia negli algoritmi matematici, poi applicati dalle banche attraverso sterili modelli computerizzati. Se a questo si aggiungono logiche clientelari, in particolare favoritismi a imprenditori e a politici improvvisati, ben si capisce come tali comportamenti abbiano potuto dare vita a un’economia turistica nel complesso malata. Non mi riferisco solo agli impianti di risalita di cui sono ben note le fisiologiche perdite, ma anche al settore alberghiero: si vedano in proposito, con riferimento al Trentino, le analisi di bilancio della «Scouting» e dello studio «Giuseppe Toccoli». Cash flows insufficienti o negativi sono la causa prima delle masse abnormi di crediti in sofferenza delle banche.

Di fronte agli evidenti misfatti di un sistema sempre più insostenibile, ecco che gli esperti di turismo, chiamati al capezzale del moribondo, si affannano nel cercare di recuperare la qualità emozionale. Essendo quella vera irrimediabilmente compromessa, essi si inventano surrogati della stessa, attraverso iniziative artificiali a effetto, atte ad aiutare la sopravvivenza del sistema. Come ad esempio i mega concerti di musica pop in quota, coinvolgendo artisti di fama internazionale. Si tratta di iniziative pregevoli ma che nulla hanno di autentico con riferimento all’ambiente montano, alla cultura e alla storia dei luoghi. Analogamente si può dire per la realizzazione di snowpark sempre più impattanti e adrenalinici, per le cene in ristoranti tipici in quota con ritorno a valle utilizzando mezzi meccanici. Anche la ripetitiva, martellante proiezione nei luoghi di incontro di video clip in cui si vedono nuvole bellissime che corrono a velocità impossibili nel cielo, sciatori che saltano pericolose falesie di roccia o che sciano in un esplosione di neve polverosa non sono che tentativi per far sognare ciò che non esiste o che viene categoricamente proibito in nome della sicurezza. Ormai dal cappello dei prestigiatori è difficile far uscire delle nuove idee. Allora ecco nascere le forzature, le mistificazioni, i facili trionfalismi, le evidenti superficialità tendenti a sviluppare un marketing delle emozioni provocate davvero sconcertante e preoccupante. Talvolta addirittura con l’avallo di qualificati ambientalisti e di bravi giornalisti, per confondere sempre di più le idee. Si cerca disperatamente di far vivere la qualità emozionale alla luce artificiale dei musei, vengono lanciate costose riviste patinate di lusso da aeroporto in cui si tenta di mettere insieme qualità aziendale e qualità emozionale, secondo le regole di una nuova retorica inconsistente tipica di un sistema senza futuro, che mescola inni (remunerati) alla vera sostenibilità a vuote e costose operazioni puramente commerciali. E dire che la qualità emozionale non costa nulla: basta avere la sensibilità necessaria per capirla e rispettarla, per insegnare a chi non la conosce come andare a cercarla. L’impressione (positiva) è che molti turisti abbiano già imparato a farlo da soli.

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Articolo interessante

Segnaliamo questo articolo relativo ad un comunicato di mountainwilderness italia onlus qua sotto il pdf
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2 settembre 2016
Sci alpino: i casi di Val della Mite e di Col Margherita (Moena) impongono una inversione di tendenza.
La vocazione delle montagne, unita agli effetti dei cambiamenti climatici, chiede alla comunità politica
di impedire ogni spreco energetico, ogni velleitaria fuga in avanti e suggerisce sobrietà, intelligenza,
rispetto degli ambienti naturali, specie all’interno di un parco nazionale.
Quanto sta avvenendo nel settore dello sci alpino in tutte le Alpi è a dir poco disarmante. Nessun ente pubblico cerca risposte sen-
sate e lungimiranti alla crisi dello sci alpino, nonostante i dati di questa industria siano allarmanti. Un fatto sembra incontestabile:
sta diminuendo il numero degli sciatori in tutta Europa, sia per la crescente scarsità e volubilità del mantello nevoso, sia perché
praticare questo sport è divenuto estremamente costoso e sempre meno alla portata delle famiglie del cittadino medio. Nell’arco
alpino in questi ultimi 50 anni la temperatura media è aumentata più del doppio di quanto avvenuto sul resto del pianeta e le pre-
cipitazioni scarseggiano sempre più.
Saggezza imprenditoriale e riflessione politica vorrebbero che il turismo invernale puntasse su altre proposte più dolci e durature.
Innanzi tutto è necessario investire in pratiche sportive meno energivore, evitare lo sperpero della risorsa idrica, mantenere in-
tegri gli spazi aperti e non ancora antropizzati. Invece anche in Trentino, provincia che nel nome dell’autonomia vorrebbe porsi
all’avanguardia in tema di difesa ambientale, si percorrono strade rivelatesi ovunque fallimentari. Si costruiscono enormi bacini
idrici arrivando a sconvolgere paesaggi e foreste di alta quota (si superano ormai comunemente i 100.000 m 3 di invaso), si porta
l’innevamento artificiale fino a quote impensabili come avviene in val della Mite, nel parco nazionale dello Stelvio. Una recente
concessione provinciale permetterà di raggiungere con gli impianti di risalita i 3.000 metri di quota, mentre contestualmente si
aprono nuove, inutili e distruttive piste in ambiti pregiati come a Passo San Pellegrino (Moena) con la nuova pista La Volata: una
direttissima che solo una minoranza di sciatori sarà in grado di affrontare. Per costruirla si stanno demolendo a suon di cariche di
dinamite interi costoni di roccia e si stanno invadendo gli ultimi spazi liberi a disposizione della pernice bianca e del gallo forcello.
Senza contare la distruzione di una secolare pineta di pino cembro che arricchiva di fascino l’intero versante. In tutti i casi citati
questa opera di distruzione è sostenuta non solo dall’avvallo politico delle comunità locali e della Provincia Autonoma, ma anche
da sostanziosi contributi pubblici che vengono investiti in società private i cui bilanci mostrano, anno dopo anno, deficit sempre
più pesanti. Ma perché preoccuparsi? Quei debiti vengono ripianati regolarmente con l’intervento pubblico.
Riguardo agli impianti fognari e di innevamento artificiale previsti a Pejo 3000 va ricordato che si tratta di infrastrutturazioni
difficilmente compatibili con i valori su cui si fonda un Parco Nazionale. Un’area protetta acquisisce il suo senso quando riesce a
dimostrare, anche all’esterno, che è possibile, attraverso il lavoro teso alla intelligente conservazione dei beni naturali, alla tutela
e alla riqualificazione della biodiversità, alla protezione dei paesaggi identitari, costruire sviluppo, innovazione e cultura, fuori dai
desueti modelli di sfruttamento mercantilistico che tanti danni hanno arrecato alle vallate alpine .
Mountain Wilderness si attendeva dal Trentino una inversione di tendenza riguardo agli indirizzi politici del turismo invernale. Sui
versanti settentrionali dell’arco alpino, ad esclusione di aree ormai devastate, da anni si propongono modelli e scelte che puntano
sulla mobilità alternativa, che tendono a massimizzare il risparmio energetico, che riportano i beni naturali, la fauna selvatica, le
specificità locali, l’agricoltura di montagna in tutte le sue connessioni ad essere motori primari di uno sviluppo reale, libero dagli
schemi del passato. Nelle Alpi italiane sembra che questi processi non vengano nemmeno presi in considerazione. In Trentino
poi si raggiunge il massimo dell’ipocrisia quando si preannunciano nuove prospettive per il turismo (come quelle contenute nel
progetto TURNAT) e poi nei fatti, giornalmente, le scelte della politica e dei territori le smentiscono.
Anche nelle Province autonome e nelle Regioni non è venuto il momento di ripensare le scelte e di investire in una progettualità
più sobria, alternativa e culturalmente responsabile, cercando di recepire, se non gli allarmi ormai consolidati dai dati del mondo
scientifico, i messaggi etici profusi con continuità dal Sommo Pontefice? La monocultura dello sci alpino appartiene al passato.
E’ tempo di voltare pagina!
Il Consiglio Direttivo di Mountain Wilderness Italia onlus

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Ricorrenza dell’alluvione 1966 MTB: DA PISA A FIRENZE LUNGO L’ARNO

In occasione della ricorrenza dell’alluvione del 1966 segnaliamo questa iniziative del C.A.I. Livorno con il patrocinio del C.A.I. Regionale
qua il pdf da scaricare

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Segnalazione Comunicato Stampa

Segnaliamo questa polemica di fine estate che pensiamo non sia da tralasciare
e un comunicato stampa con relativa lettera di Mountain Wilderness Italia
Qua il link originale

Comunicato stampa di Mountain Wilderness Italia

Cinquanta alti esponenti della scienza e della cultura chiedono la sostituzione del ministro Galletti

Il Comitato etico-scientifico dell’associazione ambientalista Mountain Wilderness Italia, che conta tra i suoi componenti personaggi del calibro di Stefano Rodotà, Salvatore Settis, Erri De Luca, Paolo Maddalena, Remo Bodei, Duccio Canestrini, Sandro Lovari, ha inviato una clamorosa lettera aperta al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai Capigruppo e alle Commissioni ambiente del Senato e della Camera, per sollevare il problema dell’inadeguatezza dell’attuale Ministro dell’Ambiente, on. Gian Luca Galletti, e per chiederne la sostituzione.

La lettera è stata sottoscritta anche da altri numerosi e autorevoli esponenti delmondo scientifico e della cultura, tra i quali Franco Pedrotti, Adriano La Regina, Paolo Matthiae, Luciana Castellina, Tomaso Montanari, Roberto Gambino, Piero Craveri, ecc.

L’occasione è data da alcune recenti esternazioni del Ministro: a) in merito alla biodiversità italiana, vista come un mero patrimonio da sfruttare economicamente; b) in merito alla legge quadro sulle aree protette ( 394/91) che a suo avviso è oramai irrimediabilmente “invecchiata” e deve essere modificata per permettere alle imprese che operano nel settore green di svilupparsi a spese del territorio protetto; c) in merito al Parco Nazionale dello Stelvio che oramai, con la divisione in tre parti (Lombardia e Province di Trento e Bolzano) potrà essere assunto come modello della nuova visione, cara al Ministro.

Queste parole – sottolineano i firmatari – confermano l’estraneità del Ministro rispetto alla grande questione della conservazione della natura di cui egli non è in grado di cogliere né il valore ideale né i problemi concreti. Così non si rende conto che la rilevanza economica della biodiversità non risiede nel suo “sfruttamento”, ma negli eco-servizi che essa è in grado di offrire solo qualora venga pienamente tutelata; che la legge quadro non è una vecchia e inadeguata legge di conservazione, da rottamare, ma è una delle migliori leggi degli ultimi decenni, come dimostrano i risultati straordinari ottenuti sia sul piano dell’estensione della superficie protetta sia su quello delle nuove professionalità e delle nuove occasioni di lavoro; che le modifiche di tale legge attualmente in discussione in Parlamento (delle quali il Ministro si è sempre disinteressato) sollevano, senza risolverli, problemi delicatissimi e appaiono lontane da quella che dovrebbe essere l’autentica vocazione del Parchi Nazionali; che la crisi dei parchi ha le sue cause, oltre che nei gravi e crescenti limiti finanziari, in una interpretazione economicistica, burocratica e banalizzante del loro ruolo e nella incapacità delle istituzioni competenti, e innanzi tutto del Ministero dell’Ambiente, di dar vita a una vera e coraggiosa politica per riportare le aree protette al centro di una lungimirante progettazione dello sviluppo e della qualità della vita collettiva; che l’istituzione del nuovo Comitato nazionale per il Parco dello Stelvio non garantirà affatto l’unitarietà del Parco perché è composto da una schiacciante maggioranza di portatori di angusti e centrifughi interessi localistici.

La lettera fa poi riferimento alla Carta di Fontecchio – alla cui elaborazione e approvazione Mountain Wilderness ha contribuito in maniera determinante, a fianco di molte delle più importanti associazioni ambientaliste – la quale apre nuove prospettive sul futuro delle aree protette e sulla loro importanza strategica: veri e propri modelli di uno sviluppo effettivamente sostenibile, non interpretabili in senso esclusivamente economico e mercantilistico perché basati su un intreccio virtuoso tra partecipazione democratica, conoscenza scientifica dei problemi, rapporto profondo tra le persone e la natura.

Infine i firmatari chiedono: al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio dei Ministri di prendere in seria considerazione l’opportunità di restituire rilevanza centrale al Ministero dell’Ambiente e conseguentemente di nominare un nuovo Ministro in grado, per cultura, formazione e convinzioni profonde, di porsi come punto di riferimento nei confronti di quella parte della società civile in cui non si è ancora spenta la speranza di costruire la pace tra le attività umane e la natura; al Parlamento di sospendere l’attuale pericolosa e angusta corsa alle modifiche della legge quadro e di avviare un processo riformatore coraggioso e trasparente, di ampio respiro, che miri alla conservazione della natura in tutte le sue possibili articolazioni.

A seguire, il testo completo della lettera aperta

Al Presidente della Repubblica
Al Presidente del Consiglio dei Ministri
Ai Capigruppo di Camera e Senato
Ai Parlamentari delle Commissioni ambiente di Camera e Senato
Ai Presidenti delle Associazioni nazionali di protezione ambientale

LA CRISI DELLA NATURA PROTETTA IN ITALIA

Noi sottoscritti, componenti del Comitato Etico – Scientifico dell’associazione Mountain Wilderness Italia, a vario titolo impegnati nell’azione a difesa dei parchi nazionali e della natura, fortemente preoccupati per la situazione in cui versano le aree protette, sottoscriviamo il seguente documento:

1. I parchi e le altre aree naturali protette di terra e di mare, in qualsiasi parte del pianeta siano situati, rivestono un’importanza straordinaria: la loro gestione costituisce un indicatore fondamentale del livello di civiltà di un paese.

In Italia la vicenda quasi secolare delle aree protette e in
particolare dei parchi nazionali ha costituito la parte più significativa della storia della conservazione della natura e nello stesso tempo ha impresso una spinta decisiva nella formazione e nella crescita della coscienza ambientale dei cittadini e in particolare dei giovani. E’ una vicenda che, per le sue peculiarità, si inserisce a pieno titolo in quel paesaggio e in quel patrimonio storico e artistico tutelati dall’art. 9 della nostra Costituzione e che ha trovato nei principi della legge quadro n. 394 del 1991 una sua adeguata sistemazione. Bastano a dimostrarlo i risultati raggiunti: la rapida estensione della superficie protetta, il progressivo aumento dei visitatori, la nascita di nuove importanti professionalità, il progresso della ricerca scientifica specifica anche interdisciplinare.

Questo patrimonio oggi è a rischio: dilagano equivoche interpretazioni del ruolo delle aree protette e si assiste ad una loro progressiva, strisciante marginalizzazione. Con la giustificazione della criticità della situazione economica generale si cerca di imporre ai Parchi Nazionali un modello aziendalistico, come se le aree protette dovessero autofinanziarsi per giustificare la loro esistenza e non invece operare, con competenze effettive e mezzi adeguati, perché siano le comunità locali a produrre ricchezza (anche culturale) per il proprio territorio sulla base di una nuova economia compatibile con la conservazione della natura e la dignità delle persone. Cavalcando il miraggio del made in Italy si tende a propagandare un’immagine delle aree protette in chiave prevalentemente mercantilistica con sfumature degne al massimo di una pro-loco. E’ un atteggiamento che trascura le loro peculiarità e priorità, tradendo nei fatti quel rapporto natura-persona che di esse è la vera anima. Con il pretesto della partecipazione ( di per se stessa più che auspicabile, seppure nelle forme adeguate) si espelle la componente scientifica dagli organi gestori e al suo posto si inseriscono gli interessi corporativi, come quello degli agricoltori e, in forme più o meno palesi, si rende sempre più localistica la gestione. Non è estranea a questa pericolosa deriva l’assenza quasi totale del ruolo propulsore che la legge assegna al Ministero competente. Tutto ciò risulta in aperta contraddizione non solo con uno dei principi fondamentali della legge quadro, ma anche con la convinzione che, di fronte agli attuali problemi sempre più complessi, la democrazia si dovrebbe realizzare ricercando la linea di composizione tra scienza e politica e tra istituzioni statali e istituzioni locali nel segno degli interessi generali e non di quelli di parte. La democrazia partecipata non esclude, anzi presuppone, un forte ruolo di indirizzo e di controllo centralizzati.

Di queste interpretazioni banalizzanti e “al ribasso” il recente intervento del Ministro dell’Ambiente a Trento – uno dei pochissimi, se non l’unico, da lui effettuati sui parchi – è lo specchio fedele. Secondo il Ministro è giusto che i parchi tutelino il territorio, ma oggi devono fare qualcosa di più e di diverso: devono diventare motore di sviluppo dell’economia locale poiché la biodiversità in essi contenuta costituisce un patrimonio economico ricchissimo che occorre sfruttare; il Parlamento, sostiene il Ministro, sta modificando la legge quadro, che è una legge di conservazione, ormai invecchiata e inadeguata al presente, proprio per permettere alle imprese che operano nel settore green di svilupparsi sfruttando il grande patrimonio naturale; ad esempio quello boschivo che non ci si può limitare a custodire come nel passato, ma che occorre appunto mettere economicamente a frutto. Quanto allo smembramento del Parco nazionale dello Stelvio, esso può, sempre secondo il Ministro, diventare un modello di questa nuova visione, proprio perché con la divisione in tre parti ( Lombardia, Province di Trento e di Bolzano) gli enti locali acquistano maggiori responsabilità e maggiori spazi decisionali. Dimenticando però che nessun altro paese del mondo, fino ad ora, ha frazionato in questo modo i propri parchi nazionali.

Le esternazioni del Ministro sono purtroppo un segno ulteriore della sua evidente inadeguatezza a coprire il ruolo istituzionale assegnatogli; ma sono anche la dimostrazione dell’approssimazione con cui una parte della politica, al dilà del caso specifico, gestisce la cosa pubblica, soprattutto quando si tratta di misurarsi con le sfide ambientali.

Occorre prenderne atto e trarne le conseguenze: è una richiesta
che il comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia fa all’intero mondo della scienza e della cultura, alla società civile e a quella parte della politica che ha ancora a cuore le sorti di ciò che rimane del Bel Paese. In una parola a tutte le persone di buon senso.

2. La situazione, dunque, è molto grave: è necessario e urgente
dare nuove prospettive – e una nuova centralità – alla politica per le aree protette. La Carta di Fontecchio – alla cui elaborazione e approvazione Mountain Wilderness ha contribuito in maniera determinante, in una con molte delle più importanti associazioni ambientaliste italiane – offre indicazioni fondamentali sul ruolo che esse devono svolgere partendo dalla considerazione che la natura non ha confini e che quindi può essere salvata solo se si cura il territorio nella sua unitarietà e nella sua complessità. In questo quadro i parchi, che sono le aree protette più complesse e importanti, debbono conservare, potenziandola, la loro funzione tradizionale di baluardo fondamentale di conservazione in quanto eccezionali serbatoi di biodiversità, ricchi di paesaggi, di testimonianze storiche e artistiche, di bellezza; e nello stesso tempo, debbono porsi come veri e propri modelli di uno sviluppo effettivamente sostenibile: modelli ricchi di sfaccettature, articolati, non interpretabili in senso esclusivamente economico perché basati su un intreccio virtuoso tra partecipazione democratica, conoscenza scientifica dei problemi, rapporto profondo tra le persone e la natura. Nell’interesse autentico dell’intera comunità nazionale e di quella internazionale.
Ma vi è un altro ruolo che oggi assume particolare rilevanza e
che viene indicato nella Carta di Fontecchio: la natura, proprio perché non conosce barriere fisiche, è in grado di abbattere le barriere esistenziali, sociali, geopolitiche che dividono l’umanità; le aree protette, se viste come uno dei perni di una nuova visione dello sviluppo, sono in grado di dimostrare che è possibile salvaguardare, con i fondamentali valori della natura, sia i diritti delle persone, a partire dalla inclusione dei più deboli, sia i diritti dei popoli e perciò la pace tra le nazioni e la collaborazione tra gli stati.

Profondamente convinti di tutto questo, nell’immediato chiediamo al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio dei Ministri di prendere in seria considerazione l’opportunità di restituire rilevanza centrale al Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare, nominando un nuovo Ministro, in grado, per cultura, formazione e convinzioni profonde, di porsi come valido punto di riferimento nei confronti di quella parte della società civile in cui non si è ancora spenta la speranza di una auspicabile pace tra le attività umane e la natura. Una pace sottolineata con forza anche dal Sommo Pontefice Francesco, nell’Enciclica Laudato Sii.

Chiediamo al Parlamento di sospendere l’attuale pericolosa e
angusta corsa alle modifiche della legge quadro e di avviare un processo riformatore coraggioso e trasparente, di ampio respiro, che miri alla conservazione della natura in tutte le sue possibili articolazioni. Un processo che non tema di confrontarsi con percorsi apparentemente utopici. Perché, come insegna la Carta di Fontecchio, utopico è solo ciò che non si ha il coraggio di affrontare.

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